Come attiveresti la malinconia? È sempre più difficile, eh! Sulla malinconia c'è una letteratura vastissima, che ha una grandissima sovrapposizione con la nostalgia. e quindi con il ricordo, come emozione musicale. Sicuramente non deve essere un brano eccessivamente attivante... da un punto di vista psicofisologico.
Sì, invece deve essere un brano in grado di evocare qualcosa, qualche immagine, qualche script particolarmente riconoscibile probabilmente, o banalmente un brano che abbiamo ascoltato quando ci è capitato qualcosa in passato, quindi che magari appartenga alla memoria collettiva di un popolo. Potrebbe essere anche quello della nostra storia personale, ma questo proprio perché strizza molto l'occhio al tema della nostalgia, quindi a qualcosa che abbiamo perso, ma che comunque se ci pensiamo adesso, è più un piacere che un dispiacere. Arriviamo alla vastità, che qui dentro è toccata nell'ambito della Profonda Meraviglia. Mi hanno colpito diverse cose, tra cui l'aspetto del suono legato alla riverberazione, per aprire uno spazio virtuale nella nostra testa quando ascoltiamo, che ha dei contorni variabili a seconda di ciò che il riverbero induce. Quindi un riverbero di un certo tipo in grado di aprire i nostri confini, in termini quasi illimitati, no? E poi l'utilizzo della durata delle note, come se la distensione delle note fosse quasi simbolo di una distensione spaziale, che corrisponde alla distanza illimitata dell'uso dello spazio.
La vastità da un punto di vista spaziale è sempre stata declinata rispetto a simboli visivi. Quindi si parla di qualcosa di alto, qualcosa di largo, banalmente un paesaggio particolarmente ampio, vedute, mozzafiato, etc. Dovendo estendere questa dimensione a uno stimolo così peculiare come la musica, il tempo diventa, secondo me, un aspetto imprescindibile. la possibilità di avere degli effetti come il riverbero, che in qualche modo mi ricorda anche altre indicazioni che erano state fornite nella letteratura scientifica per invitare questa emozione, fra cui l'aggiunta di più voci, più cori, che non cantassero all'unisono, anzi, esattamente, è contrario: dei crescendo, anche improvvisi... Sono tutte molto in linea con l'intuizione che avete avuto voi... Non esiste in assoluto la vastità, esiste in relazione a chi la vede e chi l'ascolta.
Quindi è sempre necessario mettere al centro il soggetto che noi ci aspettiamo che ascolterà quel brano nel contesto in cui lo ascolterà, esattamente come succede con un'opera d'arte. Se noi dovessimo pensare a delle opere di profonda meraviglia, sarebbero sempre tutte opere dove c'è una qualche dialettica fra lo spettatore, e l'opera stessa. Per cui la vastità si ha il rapporto alla finitezza e alla piccolezza di chi la guarda. Stessa cosa per la musica, ma declinata un punto di vista temporale. Quindi, inducendo immagini di, ad esempio, di grandezza simbolicamente, noi compositori potremmo porre in relazione all'ascoltatore, lui medesimo di fronte a un qualcosa di simbolicamente vasto. Pensate anche a quando entrate in una chiesetta sperduta, alzate gli occhi verso l'alto e siete in qualche modo accolti all'interno di un edificio che non è neanche più un edificio.
Cioè, è un edificio che è come se facesse da ponte per qualcos'altro. E questa è la sensazione che viene che viene veicolata da un punto di vista dell'architettura. Credo che sia assolutamente trasferibile nel contesto musicale. Tu hai parlato di guardare in alto. Ci sono dei meccanismi simbolici che ci consentono di simulare, attraverso la musica, delle dinamiche fisiche come il guardare in alto, o l'essere di fronte a qualcosa di molto in basso, un burrone... Assolutamente sì.
La prima cosa che mi viene in mente sono crescendo per il guardare ovviamente in alto, ma mi hai fatto venire in mente un'altra cosa sul guardare in alto. Ero in contatto con un collega inglese, che ha creato un nuovo ambito di studi che si chiama Skycology: la psicologia del cielo. Ho scoperto che l'esperienza di osservazione del cielo è un'esperienza unica per gli esseri umani, sia da un punto di vista fisiologico, perché fare questo movimento fisiologicamente ha su di noi un effetto, da un certo punto di vista benefico, sia da un punto di vista psicologico e simbolico, perché tu smetti di concentrarti su tutto ciò che ti preoccupa... quando si dice "sollevarti dalle preoccupazioni quotidiane" non è soltanto una metafora, ma è la verità. Il guardare verso l'alto e l'invitare a guardare verso l'alto vuol dire cambiare il punto di vista simbolicamente. L'idea simbolica del guardare verso l'alto, accompagnata, evocata, suscitata e anche fisiologicamente aiutata, è probabilmente centrale per il benessere delle persone e di chi compone...
voi siete sempre poco studiati, voi compositori... Se ti servono delle cavie... il Maestro Campanelli si offre volontario! Perfetto, faccio firmare due documenti... delle liberatorie, immagino... Parlando di benessere, mi viene in mente il suo opposto, il pianto.
Che è benessere comunque... Ecco, lì volevo arrivare. Allora, ho letto che l'emozione esperita attraverso l'attivazione data dalla musica è diversa da quella esperita nella vita reale. È vero? Ce lo chiediamo tutti.. Perché ci sono tanti colleghi che credono, che esistono delle vere e proprie emozioni musicali, con delle caratteristiche completamente diverse rispetto a quele della vita quotidiana.
Altri invece dicono, no, sono esattamente identiche a quale è della vita quotidiana con qualche sfumatura e sfaccettatura in più. Altri ancora dicono: non è che esistono emozioni musicali, esiste una classe ancora più ampia di emozioni estetiche, all'interno delle quali infiliamo anche le emozioni musicali che riguardano solo lo stimolo sonoro musicale. Dove sia la verità, non ne ho la più pallida idea... io credo che il punto sia che abbiamo appena iniziato a scalfire la superficie della natura delle emozioni. Quindi stiamo andando veramente tanto a tentoni, ognuno nel proprio ambito e viaggiamo molto con i paraocchi. Per cui tante scoperte, tante conquiste sono state raggiunte nell'ambito della psicologia della musica per quanto riguarda le emozioni...
in un altro ambito di cui mi occupo - quello delle tecnologie simulative, la realtà virtuale per esempio - abbiamo dei problemi... Abbiamo raggiunto la consapevolezza di certi quesiti come questi, cioè esistono delle emozioni simulate che sono diverse da quelle reali, ma non abbiamo il background e i decenni di domande e risposte che si sono dati colleghi nel settore musicale. Quindi probabilmente il vero punto è ricordarci che sì, sono stimoli diversi, ognuno con delle peculiarità, ma forse dovremmo tutti alzare di più lo sguardo per non segmentare il nostro sapere così tanto e arrivare in questa impasse da cui non riusciamo più a uscire. Quindi il vero punto è che bisogna studiare ancora. Bisogna studiare tantissimo, consapevoli del fatto che una volta che abbiamo capito qualcosa, se l'abbiamo capito davvero si aprono almeno altre 100 domande. Questa è la verità.
E che le risposte non sono mai definitive, altro cliché. I cliché ti raccontano in modo estremamente semplificato qualcosa di profondo, qualcosa di difficile, ma nel momento in cui tu riconosci che dietro quel cliché c'è qualcosa di profondo e più difficile trovi il tuo modo di applicarlo, nel tuo ambito personale, professionale e di vita. Quindi viva i cliché, purché ci sia la consapevolezza della complessità che c'è dietro e del fatto che la complessità non implica il fatto di non muoversi mai anzi: delle decisioni dobbiamo prendere prima o poi. Se cerchiamo delle soluzioni facili e delle indicazioni fornite in modo quasi assoluto, secondo me non è quella la via... Infatti, in questi casi anche nelle nostre dissertazioni io mi rivolgo sempre a Freud... La verità è che la scienza arriva dopo.
I veri esperti del campo siete voi.. noi arriviamo nel momento in cui bisogna dimostrare che l'opinione diversa di n persone in realtà funziona in un determinato modo. Cercare di capire dove sta la maggioranza, dove sta il trend... però i veri esperti rimanete sempre voi. Noi arriviamo per descrivere, provare a spiegare i meccanismi sottostanti che possono collegare la musica alle emozioni. Arriviamo dopo.
Non per questo valiamo di meno... Ma l'ordine delle cose è proprio questo... Le domande nascono da voi, tendenzialmente. Prima c'è un fenomeno e poi lo si studia, banalmente... Allora, prima c'è una definizione del fenomeno e poi lo si studia. Questo ci apre a un'altra domanda, addirittura epistemologica: esiste il fenomeno a prescindere dal fatto che io lo identifichi e sia in grado di dargli un nome, oppure no?...
Per esempio, un espediente che mi è capitato al Max Planck Institute qualche anno fa dove ero stata invitata a parlare a un simposio, riguardava proprio questo. All'epoca io avevo appena iniziato lo studio sulla profonda meraviglia e mi chiedevo: questa profonda meraviglia che non si traduce in italiano bene, ma poi esiste in Italia come esiste all'estero o esiste in modo diverso? Anche perché io per misurarla chiedo alla gente quanta profonda meraviglia con tutte le sue dimensioni ha vissuto... E uno studioso mi disse: se tu non hai il nome per nominare quel determinato fenomeno perché lo stai studiando?... E mi spiazzò moltissimo, secondo me mi volle provocare, più che altro... Da quel momento io iniziai a pensare: questo è un vero tema, questo è vero tema.
Non andare avanti a studiare in modo acritico qualcosa perché è fashion e perché senti dentro che ne vale la pena, ma chiederti come lo stai facendo e perché lo stai facendo e che senso ha. Il fascino che il musicista, esercita nella classica domanda "Che lavoro fai?..." "Scrivo colonne sonore"... Avrei sempre voluto farlo anch'io!... Va bene, ma anche per la psicologia me lo dicono! Le due cose non sono così distanti perché io credo che quello che affascini le persone sia proprio la non-misurabilità. Sì, probabilmente spaventail fatto di dire incapsuliamo un fenomeno così bello affascinante che mi scuote dentro, all'interno di una serie di indicatori.
Dei colleghi e degli amici jazzisti mi dissero: nel momento in cui io scoprìi il trigger strutturale per suscitare questa sensazione nel mio ascoltatore improvvisamente perdetti quasiasi interesse nei confronti di questo fenomeno e non riuscii più a provarlo. Mi colpi moltissimo perché pensai: ma allora nel momento in cui viene svelato il meccanismo le persone pensano di perdere la poesia. E invece no, è proprio questo il bello. Sapere che quella cosa funziona in quel modo ma che su di te e sugli altri ha comunque quell'effetto... Rispetto all'input che loro mi hanno dato loro stanno dipingendo la magia. Cioè il fatto di dire: non me lo spiego e ho quell'alone di magia che mi motiva.
Quello lo capisco molto bene però io vorrei invece scuotere le coscienze verso il fatto che sia bello capire come funzionano le cose. Quando ci chiedono "Che lavoro fate?" dovremo rispondere "gli attivatori"... Quindi essendo l'emozione considerato come uno dei punti cardine della semantica musicale, capire un meccanismo di attivazione significa accrescere il proprio bagaglio linguistico. Certo. Avremmo potuto parlare di tutto il piano simbolico e alla simbologia della gerarchia dei gradi di attrazione come un riferimento alla lontananza dalla madre... alla dinamica di tutti gli schemi di accomodamento, al controllo...
E invece non ci siamo addentrati in questo piano simbolico perché vogliamo capire con te che cosa a livello di prassi scientifica siamo riusciti a circoscrivere nella genesi di questo linguaggio particolare - la musica - che non ha un referente... Io dico computer e la persona forma il significato nel proprio cervello l'immagine del computer. La musica con una successione di note non è in grado di puntare a un oggetto del mondo reale e quindi punta a che cosa? Punta a un insieme di cose che riferiscono ad altre cose simbolicamente; ci sono quelli che trovano un collegamento con la psicologia del profondo (Freud e tutto ciò che ne deriva)... C'è chi a livello sociologico e strutturalista, ha collegato ai miti... però noi eravamo curiosi di capire che cosa con scientifica certezza siamo riusciti a misurare nell'attivazione di quest'emozione.
Allora, nell'attivazione di questa emozione con scientifica certezza siamo riusciti a fotografare il suo profilo psicofisiologico. Quindi che cosa succede dentro di noi, nel momento in cui viviamo un'esperienza di profonda meraviglia particolarmente intensa. Che cosa succede? Succede che il nostro sistema simpatico che è quello diciamo che presiede le risposte di allarme si attiva ma allo stesso tempo abbiamo anche un intervento del sistema parasimpatico che va a bilanciare l'attivazione del sistema simpatico e immediatamente dopo il nostro sistema simpatico stesso diminuisce di attivazione. È come se questa emozione generasse una risposta quasi di freezing, di blocco... come se rimanessimo appunto frizzati davanti a un determinato stimolo...
Qualcosa di vasto, qualcosa che ci può schiacciare, qualcosa che attiva un'altra dimensione che noi abbiamo ancora parlato che è lo small self, cioè il fatto di farci sentire, percepire come entità piccole, alcune volte anche di anichilire... è un'emozione un po' particolare perché tendenzialmente le risposte emotive non fanno questo. Come se ci fosse una sorpresa ma al contempo ci fosse anche la realizzazione che non posso farci niente. O non è poi così pericoloso... un po' come succede per il sublime: osservare da una posizione di sicurezza esistenziale il pericolo. È qualcosa che va a mimare molto questo tipo di risposta psicofisiologica, per cui mi rendo conto che qualcosa mi ha attivato, mi ha sorpreso è andato a violare le mie aspettative e mi ha sollecitato a tal punto che io vengo messo in discussione, ma psicofisiologicamente ho anche qualcosa che mi calma.
Siamo a un gradino, secondo me superiore rispetto alla classica letteratura su frustrazione e appagamento, la cosa che mi incuriosisce è che mantiene un parallelismo con l'utilizzo della dinamica che sposta la minaccia in un campo controllabile. Dal punto di vista esistenziale c'è qualcosa che ci minaccia ma noi lo osserviamo come spettattori. Come allo zoo? Un animale pericoloso ma dietro le sbarre?... Sì, oppure uno strapiombo ma dietro una balaustra. Che è una cosa che ho davanti alle grandissime altezze.
Non credo solo tu... E con un mio amico ci siamo sempre chiesti: se dal 13° piano noi lanciassimo un cocomero, cosa succederebbe? Questo cocomero ci fa immedesimare nel cocomero stesso... E quindi ci fa provare il brivido dell'essere il cocomero che esplode da un'altezza. Questo brivido ha un nome - Goosebumps cioè Pelle d'Oca - è un altro degli indicatori di questa emozione. Non tutti gli studi sono concordi, però la Pelle d'Oca sembra che sia un altro correlato psicofisiologico dell'awe, soprattutto musicale.
A me capita un brivido qui dietro la schiena e quelle poche volte, che mi succede, io ho la certezza che mi sono davanti a qualcosa che mi ha veramente toccato nel profondo. E quindi per far venire da Pelle d'Oca agli ascoltatori dovremmo indurre un po' di profonda meraviglia. Intanto potremmo suggerirli di comprare e di leggere il libro, che potrebbe essere rivelatore di qualcosa di veramente importante. Io lo spero, perché comunque io apro questo volume dicendo che questo è un mare quasi totalmente inesplorato; a distanza di vent'anni dalprimo modello che è stato pubblicato su questa emozione, ci sono un sacco di studi ma la verità è che non abbiamo capito tantissimo. E quindi io spero sempre che studiare questa emozione che sia attraverso questo libro, un ascolto musicale, educato, ponderato, in realtà nobilita noi stessi, perché il fatto di occuparci proprio di queste dimensioni della nostra esistenza ci fa ricordare che esistono e che non è una cosa scontata. Perché quando eravamo piccoli, era tutto molto più semplice: la dimensione dell'incanto, il fatto di perdere tempo, era qualcosa che eravamo in grado di concederci.
Adesso probabilmente dobbiamo sfogliare un libro per ricordarcelo oppure essere accompagnati da degli eccellenti compositori....attivatori... per essere guidati verso questa tipologia di sensazioni. Ecco, tu sai che tornerai per una cosa specifica, ovvero come indurre quello stato di flow - è il mio primo amore nella ricerca - che sia in grado di rendere più efficace questo output creativo-emotivo, in grado di suscitare ciò che vogliamo. Ci devono pagare quei 5-10 milioni di euro, perché è il Sacro Graal! Ma noi cerchiamo quello... Siamo rinchiusi qua per questa ragione.
Nel prossimo video ci sarà un'improvvisa interruzione... Il segreto del flow è... e sotto un Iban... Allora, è stata una lunga chiacchierata, molto interessante, piena di contenuti. Ringraziamo Alice per esserci venuta a trovare. Scrivetemi i commenti, come al solito, che cosa ne pensate e vi suggeriamo ancora di leggere il libro.
Ci vediamo la prossima volta.